Il vardøgr è l'esatto contrario di un deja vu. E' il termine scandinavo che si adopera per indicare un fenomeno che appare in anticipo su se stesso. Per cui Vardøgr sono, rispettivamente, i passi di una persona che arriverà di qui a cinque minuti, il suono di una porta che sta per sbattere, arrivare in una città sconosciuta e vedersi salutare per strada da qualcuno che ci ha già visto in quella piazza o nella hall dell'albergo uno o due giorni prima.
Non è il semplice lato sovrannaturale del vardøgr che me lo fa apparire interessante. La vera attrattiva del vardøgr è verbale: mi sembra risiedere nell'accartocciarsi di tempo che la parola e il concetto assumono, rendono esprimibile. Vardøgr è parola perfetta, dà fiato a un'idea che sembrerebbe del tutto contingente, libera di rimanere inespressa: l'idea che ciascuno possa vivere la propria vita, ed essere il suo stesso fantasma. Hernry James, in un racconto che si chiama The Jolly Corner, parla di un ricco espatriato americano, che tornato nella sua casa d'infanzia vede l'orrendo fantasma dell'uomo d'affari che sarebbe potuto divenire. Quella di una vita possibile non vissuta, in realtà, mi pare un'idea meno acuta e meno sorprendente di un passo avvertito due volte, o dell'essere preceduti da se stessi in un luogo che si tocca la prima volta.
Anche la sensazione di scrivere, persino in quest'ultimo periodo di inattività totale, è quasi sempre legata a questo doppione, ad un doppelgänger in differita futura. Le parole sono già agite, già ragionate, dalle diverse versioni del possibile che siamo noi stessi. Il protagonista di James ha pensato di aver scelto; io cerco solo di vivere in modo onesto questa sfasatura.
Quello su cui io rifletto, mi trovo a scrivere oggi, è già successo domani. Ecco perché Vardøgr è una buona parola.